Descrizione
È nell’azzurro brillante della faïence che prende forma un occhio. L’udjat. L’occhio di Horus, il dio falco degli Egizi. Il mito racconta che gli fu strappato dallo zio Seth durante la cruenta lotta per il possesso del trono d’Egitto. Fu Thot, il dio medico, a raccoglierlo, a guarirlo e a renderlo nuovamente integro, udjat. E l’udjat è raffigurato in forma umana con un lungo sopracciglio. Nella parte inferiore un profilo curvilineo con appendice verticale richiama le macchie del piumaggio del falco lanario. Simbolo di rigenerazione, di integrità, di buona salute, era un potente talismano. Per i vivi e per i morti. Proteggeva dalle malattie, dal morso di animali pericolosi, guariva le ferite. Posto tra le bende delle mummie ne garantiva l’integrità. Dipinto sui sarcofagi consentiva ai defunti di vedere il mondo dei vivi. Segnando oggetti di vario genere, teneva lontani gli influssi malefici. Anche la scelta del materiale potenziava l’efficacia dell’amuleto. Come la faïence. Argilla ricca di quarzo, invetriata in superficie, che gli Egizi chiamavano tjehnet, la brillante, considerata al pari dell’oro, dell’argento e dei lapislazzuli. Era associata al dio sole e al concetto di rinascita. Gli occhi di Horus erano assimilati agli astri. Il destro al sole. Il sinistro alla luna. Perché Horus era il “lontano”, con chiara allusione a una divinità celeste primordiale. E come la luna l’occhio perduto scompariva per ricomparire con il plenilunio. E come il sole l’occhio era perduto durante le eclissi.#amanda. zanone